Il potere del Vino. Antichi precetti e consigli per i bevitori

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Il potere del vino. Antichi precetti e consigli per i bevitori

Nessuno ha mai bevuto qualcosa più piacevole del vino: 
il vino fu inventato per guarire la tristezza,
il vino è un dolce vivaio d'allegria,
è il cemento che rinsalda ogni convito.
Varrone (fr. 111 Bücheler)

Il vino

Il vino, che Alceo definisce “specchio dell’uomo”, non è un prodotto come il pane né un nutrimento, bensì una sostanza straordinaria, inebriante, dotata di poteri meravigliosi, in quanto l’ebbrezza che provoca consente all’uomo di superare i propri limiti e compiere imprese straordinarie.

Consapevoli del potere del vino, gli antichi, attraverso il rito del simposio, lo utilizzavano come mezzo di coesione sociale. Al consumo del vino si associavano la voce del cantastorie e il canto dei poeti lirici, cosicché alla soddisfazione del corpo si aggiungesse quella dello spirito.

Il binomio cultura-vino è ancora oggi ricorrente e la letteratura, sia antica che moderna, ha messo in evidenza le qualità della bevanda inebriante sotto due aspetti fondamentali: da una parte come esperienza individuale legata all’ebbrezza e dall’altra come pilastro della convivialità.

Ripercorrere la storia del vino significa ripercorrere le tappe fondamentali della nostra storia.

Presso gli antichi la viticoltura era un segno della presenza umana e il vino era un segno di civiltà, in quanto nato dal sapere dell’uomo che manipola il frutto della vite.

La vite e il vino nascono insieme alla civiltà occidentale e le fonti antiche sono piene di norme e precetti per la coltivazione della vite e per la produzione del vino, se ne decantano i pregi, si tramandano le occasioni in cui si consumava e a quali divinità essi dedicavano le bevute.

Il potere del vino

Sin da Omero si conoscevano le virtù e il potere del vino. Ulisse, ricevuto come dono regale il vino da Marone, lo usa come arma per rendere inoffensivo l’immane ciclope  Polifemo.

I lirici arcaici, che cantavano i propri inni durante gli allegri simposi, non mancarono di lodare le virtù del vino, che rendeva gli uomini sinceri e consolidava i rapporti sociali.

Psykter attico a figure rosse, attribuito al Pittore di Kleophrades, 510-500 a.C.

Teocrito (Idilli, XXIX 1-4), che riprende Alceo, afferma: “Nel vino, è verità, ragazzo mio, si dice, e noi bisogna che ubriacandoci siamo sinceri: ti dirò le cose nascoste nel profondo di me stesso”. Anche l’uomo più controllato non sfugge a questa regola. Teognide dichiara: “Nel fuoco conoscono gli esperti oro e argento; nell’uomo è il vino che rivela la mente, anche nell’uomo saggio, se oltre misura gli è piaciuto bere…” (219, 499 ss.)

Il vino per gli antichi è, dunque, verità, da cui il detto in vino veritas che – pur comparendo, in questa formula, per la prima volta in Zenobio (4. 5), all’epoca dell’imperatore Adriano – è una costante della letteratura antica.

Anche in Orazio nell’ode all’“Anfora veneranda” (Carmina, III 21), infatti, si propone il medesimo concetto: “Tu fai dolce tortura all’indole più rigida e scostante, tu riveli dei saggi gli affanni e i propositi segreti, grazie a Lieo, dio dell’allegria”.

Il vino era considerato una sorta di siero della verità, tanto che Orazio scrive “I re — si dice — impongono infinite coppe — la tortura del vino — a colui che vogliono vedere se è degno di amicizia.” (Orazio, Ars poetica, 434 ss.)

La bevanda, oltre a tale potere, rendeva l’uomo più forte e coraggioso come si legge nella già citata ode all’“Anfora veneranda”(vv. 17-19): “Tu ridai la speranza a chi è in angoscia, al povero dai forza e sicurezza; grazie a te più non teme l’ira di regali teste coronate né armi di soldati”.

Alle eccezionali virtù cantate dagli antichi facevano da controparte i pericoli di una bevanda tanto potente. Già nella Genesi si trovano le due facce del vino e, naturalmente, quella negativa è attribuita all’intervento di Satana:

Quando Noach venne a piantare una vigna), dinanzi a lui apparve il Satan e domandò: ‘Cosa pianti?’ ‘Una vigna’ ‘Di che natura è?’ ‘I suoi frutti sono dolci, tanto freschi che secchi, e da essi si fa il vino che rallegra il cuore’. ‘Vieni, ora, e mettiamoci in società per questa vigna’. ‘Benissimo’ – disse Noach. Che fece il Satan? Portò una pecora e la uccise sotto la vigna; portò in seguito un leone, un porco, una scimmia, li uccise e lasciò scorrere il loro sangue nella vigna, inzuppandone il terreno. Accennò in tal modo che l’uomo, avanti di bere vino, è semplice come una pecora, e quieto come un agnello di fronte ai tosatori. Quando ha bevuto moderatamente, è forte come un leone e dichiara di non avere eguale al mondo. Quando ha bevuto più del dovere, diventa come un porco che si rotola nelle lordure. Quando è ubriaco diviene come una scimmia, che danza, dice oscenità dinanzi a tutti e non sa che cosa fa.” (Genesi, IX 20).

I precetti degli antichi

I Greci consci dei rischi che comportava un uso smodato del vino, usavano berlo diluito con acqua, a differenza di Dioniso a cui era consentito sorbirlo puro.

La pratica di non diluire il vino, condannata da Platone, era tipica di alcune popolazioni definite “barbari” dai Greci, come i Persiani e i Traci:

Guai all’ubriachezza, come vi si abbandonano Lidi, Persiani, Cartaginesi, Celti, Iberi, Traci e popolazioni simili, allo stesso modo in cui voi, Spartani, ve ne astenete del tutto. Sciti e Traci bevono esclusivamente vino puro, le donne, al pari di tutti gli uomini, se lo spargono fin sulle vesti e hanno la convinzione che questa sia una consuetudine nobile e da ricchi.” (Platone, Leggi, I 637 d-e)

Anacreonte di Teo da Monte Calvo, II secolo d.C.. Ny Carlsberg Glyptotek.

Questa abitudine era tanto nota nell’antichità che i Greci con “bere alla scita” indicavano il bere vino puro. Non è un caso che i Centauri, che nell’immaginario mitico dei Greci rappresentavano i barbari, facessero uso di bere vino senza acqua anche in maniera esagerata. Celebre è la contesa scoppiata durante la festa di nozze di Piritoo con Ippodamia, quando un Centauro ubriaco aveva cercato di fare violenza alla sposa.

Numerosi autori greci si dilungano nel deprecare l’uso smodato del vino; Aristotele fu addirittura autore di un trattato sull’ubriachezza, dove elargisce una serie di consigli per bere tanto, senza cadere ubriachi: “Se il vino fatto bollire per un po’, quando lo si beve ubriaca di meno. Infatti il suo potere, con l’ebollizione, si indebolisce.

Platone, nel sesto libro delle Leggi (VI 775b-c), scrive: “Bere fino a ubriacarsi non conviene in nessuna altra circostanza eccetto che durante le feste in onore del dio che ci ha dato il vino, e non è senza rischio; è specialmente inopportuno quando si affronta il matrimonio, nel quale la sposa e lo sposo dovrebbero essere pienamente padroni di sé, dal momento che si accingono a un cambiamento di vita non di poco conto; e poi anche in considerazione della prole, affinché sia generata sempre da genitori quanto più possibile sobri.”

Il poeta latino Catullo (Carmina, I 27), invece, dedica un carme al vino schietto:

Ragazzo, se versi un vino vecchio
riempine i calici del più amaro,
come vuole Postumia, la nostra regina
ubriaca più di un acino ubriaco.
E l’acqua se ne vada dove le pare
a rovinare il vino, lontano,
fra gli astemi: questo è vino puro
Dioniso e Icario. Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Antichi beoni

Nonostante i tanti precetti che invitavano a bere bene per bere meglio, numerosi sono i personaggi famosi per la loro smodatezza nel bere; Alessandro Magno si ubriacava tanto da girare su un carro trainato da asini cantando a squarciagola; Dario, re di Persia, sulla sua tomba fece scrivere: “Fui capace di bere molto vino e di reggerlo bene”; Dionigi il giovane, tiranno di Sicilia, rimase ubriaco per novanta giorni consecutivi e Diotimo, stratega ateniese, aveva il soprannome di “imbuto”, in quanto pare avesse l’abitudine di infilarsi in bocca un imbuto per tracannare più vino.

Satiro ebbro dalla Villa dei Papiri ad Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Tra i Romani, come ricorda Plinio, vi furono molti bevitori esagerati: “A Torquato si riconobbe il merito non comune, poiché anche l’arte del bere ha le sue regole, di non aver mai balbettato, di non essersi liberato vomitando o tramite un’altra parte del corpo, mentre beveva, di aver impeccabilmente svolto il servizio di ronda mattutina, di essere riuscito, con una sola sorsata, ad ingerire la massima quantità di liquido e di essere riuscito a bercene sopra, a piccole sorsate, un’altra grandissima quantità e che molto lealmente mai avesse preso respiro, né sputato bevendo e che non avesse mai lasciato in fondo alla coppa una quantità di vino sufficiente a produrre rumore sul pavimento, in ossequio rigoroso alle regole contro i bari nelle gare di bevuta… Tergilla rimprovera a Cicerone, figlio di Marco, la sua abitudine di bere, d’un fiato, due congi di vino alla volta e il fatto di avere scagliato, da ubriaco, una coppa contro Marco Agrippa. Questi sono dunque i risultati dell’ubriachezza, ma Cicerone senza dubbio volle strappare questo titolo d’onore a Marco Antonio, uccisore di suo padre. Egli infatti, fino ad allora, aveva sempre gelosamente custodito la palma del suo primato, dopo avere per di più pubblicato un libro sulla propria ubriachezza, nel quale, osando difendersi, ha messo in netta evidenza, secondo me, la gravità dei mali che la sua ubriachezza aveva apportato al mondo intero. Poco tempo prima della battaglia di Azio sputò fuori questo libro, dal quale si può facilmente dedurre che, ebbro ormai del sangue dei concittadini, ne era tanto di più assetato. Infatti, questa è la conseguenza necessaria di un simile vizio, che cioè l’abitudine a bere ne accresce la voglia ed è nota la battuta di un ambasciatore scita secondo cui i Parti quanto più hanno bevuto, tanto più hanno sete.” Plinio, Naturalis Historia, XIV 146-148)

A Roma, pare che, durante il banchetto, prima della seconda portata si distribuissero corone di foglie e fiori con cui gli ospiti si coronavano il capo. Si dice che in origine le foglie di certe piante come l’edera, il mirto e l’alloro e alcuni fiori, come le viole e le rose, avessero il potere di disperdere i vapori e quindi di alleviare gli effetti nocivi del vino. È per questo che l’edera era stata sempre sacra a Bacco e per questo la testa del dio era sempre incoronata con foglie d’edera. Chi si mostrava ad una festa con una corona posta sulla testa di traverso era considerato ubriaco e quindi divenne presto usanza mettere una corona in cattivo stato in testa a chi aveva ecceduto nel bere.

Vino e seduzione

Il vino, secondo gli antichi, giocava un ruolo primario anche nelle faccende d’amore; la bevanda disponeva il cuore al nuovo amore: “Spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani, e Venere, col vino, è fuoco aggiunto al fuoco” (Ovidio, Ars amatoria, I 243-4) o liberava la mente dalle pene di un amante ferito: “Mesci vino e col vino placa i nuovi affanni,  che il sonno vinca e prema i miei occhi d’innamorato affranto,  né alcuno mi desti mentre il mio capo è stordito  dal copioso Bacco e l’amore infelice riposa” (Tibullo, Elegie, 1, 2, 1-4)

Ovidio nella sua Ars amatoria dedica grande spazio al vino nell’arte della conquista. L’autore, che compila un vero e proprio manuale del conquistatore, considera il banchetto un luogo ideale per avvicinare e conquistare una donna: “Mille occasioni ti daranno poi mense e banchetti, ove potrai cercare oltre al solito vino i tuoi capricci.  Sovente Amore qui, rosso di fiamma, poté umiliare tra le molli braccia le dure corna a Bacco ebbro di vino; ma quando il vino poi l’ali ad Amore, sempre assetato, ha intriso, allora il dio soggiace greve e non sa più volare: scrolla invano da sé l’umide penne, ed è rischioso l’esserne spruzzati. Appresta il vino i cuori e alla passione li fa più pronti: sfumano i pensieri; nel molto vino ogni penar si stempra. Risorge allora il riso, ed anche il povero alza la fronte: dalla fronte fugge ogni ruga, ogni affanno, ogni dolore. Sincerità spalanca a tutti i cuori, oggi tra noi si rara; ogni menzogna scuote da noi il dio. Sovente allora ai giovani rapi la donna il cuore, e fu nei vini come fiamma Amore dentro la fiamma.” (Ovidio, Ars amatoria, I 229-244)

Il poeta, tuttavia, raccomanda di fare attenzione, poiché, se è vero che il banchetto è un luogo ideale per la conquista, l’oscurità della notte e l’abbondante vino possono trarre in inganno nella scelta della donna da sedurre: “Ma non ti fidare troppo di un lume incerto di lucerna: la notte e il vino nuocciono al giudizio della vera bellezza. In piena luce guardò le dee Paride, allorquando,  disse a Venere: “ Tu, Venere, vinci e l’una e l’altra!”(Ovidio, Ars amatoria, I 245-248)

Ovidio dispensa una serie di suggerimenti per un consono uso del vino, per chi si voglia cimentare nell’arte di amare. Ne prescrive un uso misurato in modo da essere sempre pronto e controllato e arriva suggerire l’ubriachezza simulata, che permetterà al conquistatore di mascherare avances troppo spinte dietro l’ubriachezza:

Giusta misura al bere io ti darò, questa: che la tua mente ed il tuo piede sian sempre pronti. E soprattutto schiva le tante liti cui dà forza il vino, né usare mani facili alla rissa. Eurizione morì bevendo stolto il troppo vino offertogli: più adatti sono la mensa e il vino al dolce scherzo. Canta, se hai voce; se ti senti, danza; con tutto ciò che può piacere, piaci.  Ebbrezza vera può ben darti danno, giovarti finta: fa’ che la tua lingua balbetti incerta e subdola ad un tempo, onde ciò che tu fai, ciò che tu dici di troppo audace e spinto, sia creduto frutto del troppo vino. E alzando il calice:

« Salute », dille, « e salve a chi il tuo letto con te divide! ». Ma in cuor tuo invoca sul marito presente ogni malanno.” (Ovidio, Ars amatoria, I 587- 599)

Esagerare nel bere durante un banchetto poteva procurare danni ben peggiori che fallire una conquista: “È allora che gli occhi vogliosi calcolano il prezzo di una matrona e quelli appesantiti del marito lo espongono al tradimento della moglie; è allora che si rivelano i segreti dell’animo. Alcuni fanno testamento in presenza di testimoni, altri pronunziano parole letali e non riescono a frenare frasi che poi dovranno rimangiarsi – quanta gente è finita in questo modo! – e già un proverbio ha attribuito al vino la verità.” (Plinio, Naturalis Historia, XIV 141)

Nonostante tutti gli ammonimenti e i consigli per bere bene, la passione che i Romani avevano per il bere rimase sempre sfrenata: “E a ben considerare, non c’è campo che costi all’uomo maggiore impegno – come se la natura non ci avesse fornito l’acqua, la più salutare delle bevande, di cui si servono tutti gli altri esseri viventi; ma noi obblighiamo perfino certe bestie da soma a bere vino – e per così grande fatica, attenzione e spesa si distingue questo prodotto destinato a far perdere all’uomo la ragione rendendolo furioso, causa di mille delitti, così allettante che tanta gente non conosce alcun altro valore nella vita! … Che anzi, per poterne bere di più, ne diminuiamo la forza filtrandolo e si escogitano altri mezzi per stimolare la sete e per bere si ingeriscono addirittura veleni: alcuni prendono prima la cicuta, affinché siano costretti a bere per evitare la morte, altri poi polvere di pomice ed altri prodotti che mi vergogno di far conoscere citandoli. (Plinio, Naturalis Historia, XIV 137)

Non posso, quindi, che invitare il lettore a bere e soprattutto a bere con moderazione per provar piacere fino all’ultimo sorso perché come dice Seneca: “È l’ultimo bicchiere che più di tutti piace ai bevitori, quello che li affoga, che rende l’ebbrezza completa” (Seneca, Epistole a Lucilio, I 12, 4).

Nunc est bibendum…

Ivan Varriale

Copyright ©IVAN VARRIALE· all rights reserved

Estratto da: R.Ciardiello, I Varriale, Nunc est bibendum. Cultura del vino e coltura della vite, Valtrend editore, Napoli 2010

23 Marzo 59, l’assassinio di Agrippina

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23 Marzo 59, l’assassinio di Agrippina. Cronaca di un delitto

Nerone (Nero Claudius Caesar Drusus Germanicus), assiduo frequentatore del golfo di Napoli, fece dei meravigliosi paesaggi di Baia, Miseno e Bacoli, lo scenario dei suoi più spietati delitti. A Baia, nel 59 d.C., l’imperatore progettò e compì l’atto più efferato e ignobile della sua vita: il matricidio.

Antefatto

Agrippina Minore
Agrippina Minore (forse rilavorata come Messalina) da Ercolano. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il suo rapporto con la madre Agrippina, bramosa di potere tanto da aspirare al governo di Roma, divenne difficile e contrastato, dominato dalla paura e dall’angoscia che caratterizzavano la lotta per il potere.

Nel libro XIII degli Annali, Tacito, riporta un episodio in cui Nerone, sentite delle false accuse contro Agrippina, rea di aver tramato contro di lui al fine di acquisire il potere, avrebbe deciso di ucciderla. La voce, secondo cui Agrippina tentava di sposare Rubelio Plauto per sostituirlo, arrivò al principe quando “…ormai era notte inoltrata e Nerone trascinava le ore immerso nell’ubriachezza…” da uno schiavo di nome Paride, “…che soleva in quei momenti eccitare la lussuria del principe…”. Lo schiavo, con atteggiamento triste e mesto, gli rivelò tutto ciò che si tramava alle sue spalle e ciò “…accese a tal punto lo spavento del principe che l’ascoltava, che questi ordinò l’assassinio di Plauto e di Agrippina, nonché l’esonero di Burro dalla carica di prefetto…”. Burro riuscì a convincere Nerone ad ascoltare la difesa di Agrippina, che ottenne salva la vita con un acceso discorso sull’amore filiale e su tutto quello che lei aveva fatto per il figlio. Ciò risparmiò la matrona e la carriera di Burro, ma non calmò le paure e i sospetti di Nerone, terrorizzato dalla prospettiva di perdere l’impero (Annali, XIII 20-21).

Tacito non torna più sull’argomento del rapporto tra Nerone e la madre fino all’esordio del XIV libro, dove afferma che l’imperatore “non rimandò oltre il delitto a lungo meditato, ora che la sua audacia si era accresciuta per il dominio, e che, di giorno in giorno, si faceva in lui più ardente la passione per Poppea (Annali, XVI 1). Di seguito è descritta con intensa drammaticità l’escalation degli eventi che portarono al matricidio che, come ogni atto compiuto da Nerone, assunse i connotati della spettacolarità.

La trappola

I tentativi incestuosi di Agrippina convinsero Seneca ad aizzare Nerone contro la madre con la complicità della liberta Atte. Il principe cominciò a evitare di incontrarla, ma “considerando che la presenza di lei, in qualunque luogo ella fosse, era per lui pericolosa, decise di ucciderla, mostrandosi dubbioso solo sul fatto se dovesse adoperare il veleno o il ferro o qualche altro mezzo violento” (Annali, XVI 3). Il veleno, visto il precedente assassinio di Britannico, sarebbe stato difficile da camuffare con un malessere naturale. Da ciò l’idea geniale di Aniceto, liberto a capo della flotta misenate, di costruire una nave “trappola”, che, appesantita nel centro con piombo si sarebbe spezzata appena preso il mare. Un naufragio, incidente frequente quasi come oggi quelli automobilistici, non avrebbe indotto al sospetto di un assassinio. L’idea, accolta con entusiasmo da Nerone, fu favorita dalla sua permanenza a Baia in occasione della celebrazione delle quinquatrie, una festa in onore di Minerva.

Pannello del Sebasteion di Afrodisia.
Agrippina incorona d’alloro il giovane Nerone.
Museo di Afrodisia (Turchia).

Nerone sparse la voce di una conciliazione, proferì discorsi in cui si incitava alla tolleranza verso le madri e in seguito invitò a Bauli Agrippina che giunse da Anzio imbarcata su una trireme. La nave “trappola”, festosamente ornata in segno d’onore, era ormeggiata a Baia, dove una volta tenuto il banchetto, calata la notte, Nerone si congedò dalla madre sulla spiaggia, abbracciandola.

Il delitto

Tacito, con un sapiente artificio letterario, crea il contrasto tra la calma della notte e ciò che si avvia ad accadere: “Quasi volessero rendere più evidente il delitto, gli dei prepararono una notte tranquilla, piena di stelle e un placido mare” (Annali, XVI 3). Il vivido scenario che ci fornisce lo storico, che probabilmente non ha mai visto i Campi Flegrei, non si allontana dall’antico paesaggio baiano con le tranquille acque chiuse tra le sponde del Lacus Baianum, punteggiate di luci appartenenti alle moltissime ville che occupavano la costa e alle barche degli amanti che, come riferisce Seneca (Lettere a Lucilio, 51), affollavano lo specchio d’acqua.

La piccola imbarcazione era da poco salpata e Agrippina, ritiratasi nelle sue stanze con Crepereio Gallo e Acerronia, celebrava con gioia il pentimento del figlio, quando, dato il segnale, il tetto della cabina rovinò su Crepereio, mentre la matrona e l’ancella, protette dalle alte sponde del letto, si salvarono finendo in mare.

Acerronia in cerca di scampo gridò di essere Agrippina e venne uccisa a colpi di remi. Agrippina, compreso l’inganno, raggiunse la spiaggia, prima a nuoto e poi su un peschereccio. La matrona, portata nella sua villa di Lucrino, mentre si faceva medicare, inviò il servo Agermo a pregare Nerone di non passarla a visitare anche se impensierito dal pericolo corso dalla madre.

L’imperatore, saputo che la madre era scampata all’attentato, fu preso dal panico e si rivolse al solito Seneca, che chiese a Burro se fosse possibile far eliminare Agrippina dai pretoriani. Il prefetto affermò che ciò era impossibile e dunque ancora Aniceto si fece carico di compiere il delitto.

Quando giunse il messaggero di Agrippina, Nerone recitò un’incredibile farsa: “nell’atto in cui Agermo gli comunicava il suo messaggio, gettò tra i piedi di lui una spada, e, come se lo avesse colto in flagrante, comandò subito di gettarlo in carcere, per poter far credere che la madre avesse tramato l’assassinio del figlio e che, poi, si fosse data la morte per sottrarsi alla vergogna dell’attentato scoperto.

Antonio Rizzi, Nerone e Agrippina.
Provincia di Cremona.

Nel frattempo Aniceto, circondata con le guardie la villa di Agrippina, fece irruzione con due uomini. Agrippina era in stato di crescente allarme perché nessuno arrivava da parte del figlio e neppure Agermo: “Quando anche l’ancella si mosse per andarsene, Agrippina nell’atto di volgersi a lei per dirle: «anche tu m’abbandoni?» scorse Aniceto, in compagnia del triarca Erculeio e del centurione di marina Obarito. Rivoltasi, allora, a lui, gli dichiarò che, se era venuto per vederla, annunziasse pure a Nerone che si era riavuta; se, poi, fosse lì per compiere un delitto, essa non poteva avere alcun sospetto sul figlio: non era possibile che egli aves­se comandato il matricidio. I sicari circondarono il letto e primo il triarca la colpì con un bastone sul capo. Al centurione che brandiva il pugnale per finirla, protendendo il grembo gridò: «colpisci al ventre» e cadde trafitta da molte ferite.

Il racconto di Tacito (Annali, XIV 3-8), riportato integralmente in nota*, è di un’intensità incredibile e, come sostiene Marcello Gigante, è “difficilmente cancellabile dall’animo del lettore”. L’episodio è narrato anche da Svetonio (Nerone, 39), Cassio Dione (Storia romana, LXI 11) e Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, XX 153), poiché considerato da tutti il punto di svolta del principato di Nerone; nessuno, tuttavia, ha il tocco drammatico di Tacito che quasi riesce a far provare pena per Agrippina, poche pagine dopo averla accusata di iniziative incestuose nei confronti del figlio.

Agrippina venne cremata e sepolta nella stessa notte e il suo sepolcro fu elevato “presso la via di Miseno e la villa di Cesare dittatore, che guarda dall’alto le insenature sottostanti”.

La tradizione erudita, influenzata dalla narrazione tacitiana, identificò il “Sepolcro di Agrippina” in una struttura posta tra Baia e Miseno pertinente, invece, all’odeion di una grandiosa villa marittima trasformato successivamente in ninfeo.

Le conseguenze

Nerone dopo il matricidio, terrorizzato e perseguitato dal fantasma della madre, si rifugiò a Napoli, probabilmente cercando una pausa dal dolore nella villa di Pausilypon. Da qui cercò di far spargere la voce che la madre si era uccisa in seguito al fallimento di un attentato nei suoi confronti. Naturalmente si festeggiò con sacrifici il pericolo scampato dall’imperatore e alle quinquatrie vennero aggiunti dei giochi per celebrare l’avvenimento, mentre il compleanno di Agrippina divenne dies nefastus.

Bacoli cosiddetto Sepolcro di Agrippina.

A questo evento seguirono la morte di Burro, forse per avvelenamento, e l’avvento di Tigellino. Morto Burro, Seneca perse ogni ascendente sul princeps e, sentite le innumerevoli calunnie che giravano intorno a lui, decise di allontanarsi dalla vita politica. Siamo nel 62 d.C., quando incominciano le stragi per mano di Tigellino, l’incendio di Roma e la successiva costruzione della Domus Aurea, mai completata, la condanna a morte della moglie Ottavia, avvenuta anche questa con la complicità di Aniceto e lo scellerato omicidio di Poppea, uccisa nel 65 d.C. con un calcio nel ventre mentre era incinta. Nello stesso anno, prima della partenza per la Grecia e del suo ritorno trionfale a Napoli, seguito dalla rivolta che decretò la fine del principato di Nerone, nella villa di Pisone a Baia, dove il princeps “faceva bagni, conviti, libero da scorte”, i congiurati, guidati da Pisone, tramarono un attentato mai compiuto (Tacito, Annali, XV 52) che, come s’è detto, costò la vita a molti e condusse al suicidio di Seneca. Il filosofo che tentò di plasmare il giovane principe, con il fine di realizzare un governo ideale, avallandone i comportamenti più perversi, finì per essere vittima del mostro che egli stesso ha creato e appoggiato nel compimento del più tremendo dei misfatti, il matricidio.

Luca Giordano, Morte di Seneca.
Parigi, Museo del Louvre.

Qualche anno dopo la congiura dei Pisoni, ebbe luogo l’ultimo episodio testimoniato da Tacito in Campania, fu il suicidio di Petronio, vittima della gelosia di Tigellino, che lo accusò di aver congiurato contro Nerone assieme ai seguaci di Pisone. Petronio “non fu precipitoso nel togliersi la vita, ma si fece tagliare le vene e, dopo averle fasciate, se le fece di nuovo aprire, come gli garbava; e conversava con gli amici non di argomenti seri o tali da meritargli una fama di intrepidezza. E stava a sentirli se non gli parlavano dell’immortalità dell’anima o di princìpi filosofici, ma se gli citavano poesie piacevoli e versi scherzosi”. (Tacito, Annali, XVI 19)

Tutte le azioni compiute da Nerone nei suoi viaggi in Campania rispecchiano l’andamento del suo governo che dapprima fu illusoriamente positivo e poi si trasformò in una monarchia assoluta.

L’episodio chiave, il punto di svolta dell’impero di Nerone è, senza alcun dubbio, l’assassinio di Agrippina, circostanza in cui l’imperatore superò ogni peggiore aspettativa del suo precettore Seneca, reo di averlo aizzato contro la madre e che mai avrebbe potuto immaginare che il suo allievo arrivasse a tanto.

Questo terribile atto, che pesò sul destino dell’impero, segnò per sempre la vita del giovane Nerone che, appena ventiduenne, passò il resto della vita perseguitato dal rimorso, tanto che Svetonio, prima di narrare della sua rocambolesca e misteriosa morte, accenna alle sofferenze notturne del principe-tiranno: “Era anche terrorizzato dai chiari messaggi dei sogni, degli auspici e dei presagi, sia vecchi che recenti. In precedenza Nerone non era solito fare dei sogni, ma dopo aver fatto assassinare sua madre gli sembrò nel sonno di pilotare una nave e che il timone gli fosse strappato di mano, mentre lui veniva trascinato da sua moglie Ottavia nel buio più fitto. E ora si trovava ricoperto da un nugolo di formiche alate, ora veniva circondato dalle statue delle nazioni, erette presso il teatro di Pompeo che gli impedivano di proseguire. Il suo cavallo d’Asturia che gli era carissimo, si era trasformato nella parte posteriore del corpo in una sorta di scimmia, mentre era rimasta intatta soltanto la testa ed emetteva sonori nitriti. Le porte del Mausoleo di Augusto si erano spalancate da sole e si era udita una voce che lo chiamava per nome.” (Svetonio, Nerone, 46)

Ivan Varriale

*

“Quasi volessero rendere più evidente il delitto, gli dei prepararono una notte tranquilla piena di stelle ed un placido mare. La nave non aveva ancora percorso lungo tratto; accompagnavano Agrippina appena due dei suoi familiari, Crepereio Gallo che stava presso il timo­ne e Acerronia, che ai piedi del letto ove Agrippina era distesa andava rievocando lietamente con lei il penti­mento di Nerone, e il riacquistato favore della madre; quando all’improvviso, ad un dato segnale, rovinò il sof­fitto gravato da una massa di piombo e schiacciò Crepereio che subito morì. Agrippina e Acerronia furono in­vece salvate dalle alte spalliere del letto, per caso tanto resistenti da non cedere al peso. Nel generale scompiglio non s’effettuò neppure l’apertura della nave, anche per­ché i più, all’oscuro di tutto, erano di ostacolo alle ma­novre di coloro che invece erano al corrente della cosa. Ai rematori parve allora opportuno di inclinare la nave su di un fianco, in modo da affondarla; ma non essendo possibile ad essi, in un così improvviso mutamento di cose, un movimento simultaneo ed anche perché gli al­tri che non sapevano facevano sforzi in senso contrario, ne venne che le due donne caddero in mare più lenta­mente. Acerronia, pertanto, con atto imprudente, essen­dosi messa a gridare che lei era Agrippina e che venis­sero perciò a salvare la madre dell’imperatore, fu invece presa di mira con colpi di pali e di remi e con ogni ge­nere di proiettili navali. Agrippina, in silenzio, e perciò non riconosciuta (aveva avuto una sola ferita alla spal­la), da prima a nuoto, poi con una barca da pesca in cui s’era incontrata, trasportata al lago di Lucrino, rientrò nella sua villa.”

Copyright ©IVAN VARRIALE· all rights reserved

Selezione bibliografica

Goodyear F.R.D. (a cura di), The Annals of Tacitus, Cambridge 1972-81

Grimal P., Tacito, Milano 2001

Marchesi C. (a cura di), Tre Cesari: Tiberio, Nerone, Ottone. Tacito; pagine scelte e annotate da Concetto Marchesi, Messina 1966

Mastellone Iovane E., Paura e angoscia in Tacito: implicazioni ideologiche e politiche, Napoli 1989

Momigliano A., Nerone, in Cook S.A., Adcock, Charlesworth M.P. (a cura di) Storia del mondo antico, (ed. italiana) Milano 1968, pp. 368-407

Pani M., Lotte per il potere e vicende dinastiche. Il principato fra Tiberio e Nerone,in Clemente G., Coarelli F., Gabba E. (a cura di), Storia di Roma II. L’impero mediterraneo 2., I principi e il mondo, 2, Torino 1991, pp. 221-252

Perelli L. (a cura), C. Cornelio Tacitus, Nerone: Scelta dai libri XIII-XVI degli Annali, Torino 1972

Sommella P., Migliorati L., Il segno urbano. “Incredibilia Neronis” in Clemente G., Coarelli F., Gabba E. (a cura di), Storia di Roma II. L’impero mediterraneo 2., I principi e il mondo, 2, Torino 1991, pp. 300-303

Tomei M.A. Rea R., Nerone, Milano 2011

Varriale I., Costa flegrea e attività bradisismica dall’antichità a oggi, in De Maria L. e Turchetti R. (a cura di), Rotte e porti del Mediterraneo dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente: continuità e innovazioni tecnologiche e funzionali, Atti del IV seminario ANSER. (Genova 18-19 Giugno 2004), Soveria Mannelli 2004, pp. 291- 310

Varriale I., La Villa imperiale di Pausilypon, in R. Ciardiello (a cura di) La villa romana, Napoli 2007, pp. 147- 168

Varriale I., Tacito e la corte imperiale in Campania, Napoli 2010

Varriale I, Otium and Negotium: The Breakdown of a Boundary in the Imperial Villas. The case study of Pausilypon, in  (A. Weissenrieder a cura di) Borders: terms, ideologies, performances.Tübingen (Mohr Siebeck) 2016, pp. 283-301

Varriale I., Pausilypon tra otium e potere imperiale, in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung 121, 2015, 227-268

Woodman A. J., Tacitus reviewed, Oxford 1998

Napoli rinascimentale

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Sabato 14 Marzo, ore 10.30

Napoli rinascimentale

Da Palazzo Carafa a Santa Maria la Nova 

Appuntamento a Largo Corpo di Napoli, alle spalle delle statua del Nilo, ore 10.15

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA- Contributo di partecipazione 10€ (Non include il biglietto per la Chiesa di Santa Maria La Nova)

Il secondo itinerario alla scoperta delle ricchezze della  Napoli rinascimentale.

La visita partirà dal Corpo di Napoli per andare a palazzo Carafa, collocato lungo il decumano inferiore, fondato nel XV secolo da Diomede Carafa, primo conte di Maddaloni, con lo scopo di ospitare i reperti dell’antichità rinvenuti nella città. Si discenderà la collina di Monterone per proseguire poi in largo San Giovanni Maggiore, dove sorge Cappella Pappacoda , voluta nel 1415 come cappella di famiglia da Artusio Pappacoda, consigliere e siniscalco di re Ladislao I d’Angiò, che rappresenta un unicum artistico della città, essendo le sue forme tipiche dell’arte gotica-durazzesca. Continueremo nei pressi del largo Banchi Nuovi per ammirare la particolare architettura di palazzo Penne, costruito nel 1406 da Antonio Penne, segretario del re Ladislao di Durazzo, che fonde elementi catalani con quelli toscani. L’ultima tappa sarà il complesso monumentale di Santa Maria La Nova, un vero scrigno di storia, di arte e di religiosità. La chiesa fu inizialmente costruita nel ’200 ma l’attuale aspetto è frutto di varie trasformazioni nel corso dei secoli, soprattutto a partire dal XVI secolo,  quando fu completamente ricostruita. Del complesso monumentale fanno parte i due chiostri di cui quello minore ospita alcuni monumenti sepolcrali provenienti dalla chiesa, tra cui quello in cui secondo uno studio recente sarebbe stato seppellito il Conte Dracula.

Per contatti e prenotazioni*:
3494570346- 3470819934– eventi@archeologianapoli.com
Prenota online su:www.archeologianapoli.com

La visita sarà tenuta da un professionista dei Beni Culturali – Guida abilitata della Regione Campania
Il tour avrà luogo solo se si raggiungerà un numero minimo di partecipanti.

Napoli Medievale. Lo splendore dei “secoli bui”

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Sabato 14 Marzo, ore 10.30

Napoli Medievale. Lo splendore dei “secoli bui”

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIAcontributo di partecipazione  10 € 

Appuntamento in piazza Crocelle ai Mannesi, davanti alla Chiesa di S. Giorgio Maggiore (il contributo NON  INCLUDE il biglietto per il Battistero di San Giovanni in Fonte 2€)


Il primo itinerario alla scoperta della storia di Napoli dall’età tardo antica al basso medioevo sarà dedicato alle importanti basiliche paleocristiane di San Severo, Santa Restituta con il battistero di San Giovanni in Fonte e San Lorenzo e alla loro evoluzione nel corso dei secoli. Ripercorreremo la storia di una Napoli poco nota, seguendo le tracce dei primi Cristiani attraverso i monumenti fino a giungere allo splendore della Napoli trecentesca che vide all’opera intellettuali ed artisti  del calibro di Petrarca, Boccaccio, Tino di Camaino, Giotto, Simone Martini e tanti altri.


La visita sarà tenuta da un archeologo professionista – Guida abilitata della Regione Campania

Il tour avrà luogo solo se si raggiungerà un numero minimo di partecipanti.

Per contatti e prenotazioni**:
+393494570346 – info@archeologianapoli.com
Prenota online su: www.archeologianapoli.com

**La prenotazione va effettuata esclusivamente attraverso i canali sopra elencati entro e non oltre le ore 19.00 del giorno che precede l’evento. Bisognerà indicare il cognome, il numero di persone per cui si intende prenotare e un numero cellulare di riferimento.

 

Gli SplendOri di Ercolano

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Domenica 8 Marzo, ore 10.30

Gli “SplendOri” di Ercolano

Prenotazione obbligatoria-contributo di partecipazione 12 €
Appuntamento alle 10.15 davanti alla biglietteria degli scavi di Ercolano (NON comprende il biglietto d’ingresso al sito) Il gruppo potrà essere composto massimo da 20 persone


Domenica 8 Marzo visiteremo Ercolano con particolare attenzione alla Casa del Bicentenario, riaperta dopo oltre trent’anni, e alla mostra  “SplendOri – Il lusso negli ornamenti ad Ercolano” presso l’Antiquarium del Parco Archeologico di Ercolano.

Tra gli altri sono esposti i reperti rinvenuti da Giuseppe Maggi e dal suo team di archeologi durante la campagna di scavo del 1982-83, che interessò l’area delle mura meridionali e la spiaggia dell’antica.

La visita, guidata da un archeologo professionista (Guida abilitata), vi condurrà attraverso le forme dell’abitare nell’antica città sepolta dal Vesuvio, attraverso le quali è possibile comprendere a pieno la complessità della società romana del I secolo d.C.  

Gli straordinari resti degli Scavi di Ercolano rappresentano una finestra aperta su un preciso momento del passato e testimoniano la civiltà romana con una tale abbondanza di particolari e con un eccezionale stato di conservazione dei materiali organici da poter essere ritenuti unici al mondo.

Nel percorso saranno incluse  la grandiosa Casa dei Cervi ed i monumenti maggiormente rappresentativi dell’antica città, focalizzando l’attenzione sulle domus più recentemente riaperte e sulla mostra “SplendOri – Il lusso negli ornamenti ad Ercolano”.

La visita sarà tenuta da un archeologo professionista – Guida abilitata della Regione Campania
Il tour avrà luogo solo se si raggiungerà un numero minimo di partecipanti.

info e prenotazioni*:

chiama il 3494570346
messaggi whatsapp al 3494570346
email: eventi@archeologianapoli.com
Prenota direttamente su: www.archeologianapoli.com

*La prenotazione va effettuata esclusivamente attraverso i canali sopra elencati entro e non oltre le ore 19.00 del giorno che precede l’evento. Bisognerà indicare il cognome, il numero di persone per cui si intende prenotare e un numero cellulare di riferimento

 

San Leucio. Il grande esperimento dei Borbone

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Sabato 7 Marzo, ore 11.30

San Leucio. Il grande esperimento dei Borbone

Appuntamento davanti alla biglietteria del sito, ore 11.00

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA- Contributo di partecipazione 10 € ( Non Comprende il biglietto d’ingresso al Museo)

Il complesso di San Leucio si trova  a pochi chilometri dalla Reggia di Caserta. Si tratta di un  eccezionale  esempio di archeologia industriale, con ambienti e attrezzi relativi alla lavorazione della seta. Alla Reale Colonia di San Leucio si accede varcando la soglia di un cancello, sormontato da un arco corredato dallo stemma dei Borbone. Sorto come primo polo serico e meravigliosa residenza borbonica, oggi conserva gli antichi telai della metà del 1700 ed gli appartamenti reali. Dal piazzale del Belvedere si potrà ammirare un panorama mozzafiato che, oltre alla reggia di Caserta, permette addirittura di scrutare in lontananza il Vesuvio, Ischia, Capri e Procida.

La visita sarà tenuta da uno storico dell’arte professionista– Guida abilitata della Regione Campania
Il tour avrà luogo solo se si raggiungerà un numero minimo di partecipanti.

Per contatti e prenotazioni*:
3470819934 3404570346 (anche whastapp)– eventi@archeologianapoli.com
Prenota online su: www.archeologianapoli.com

*La prenotazione va effettuata esclusivamente attraverso i canali sopra elencati entro e non oltre le ore 19.00 del giorno che precede l’evento. Bisognerà indicare il cognome, il numero di persone per cui si intende prenotare e un numero cellulare di riferimento.

La Tomba di Virgilio e il Grand Tour a Napoli nel ‘700

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Sabato 14, ore 10.30

La Tomba di Virgilio e il Grand Tour a Napoli nel ‘700

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA – contributo di partecipazione 8 €

Appuntamento davanti alla stazione della Metropolitana di Mergellina-ore 10.15

“Siste viator pauca legito hic Vergilius tumulus est” (Fermati, viandante, e leggi queste poche parole: questa è la tomba di Virgilio). Davanti all’ingresso della grandiosa Crypta Neapolitana, il sepolcro del poeta fu oggetto di un culto ininterrotto; dal I secolo, fu meta del pellegrinaggio di poeti scrittori e tappa fissa del Grand Tour, viaggio di formazione degli intellettuali europei.

Infine nel 1939, nei pressi del sepolcro di Virgilio, furono traslate dalla Chiesa di San Vitale le spoglie mortali di Giacomo Leopardi, a cui fu dedicato un cenotafio che fa di questo luogo di tranquillità, posto nel cuore dalla città, un tempio della poesia.

 

La visita sarà tenuta da un archeologo professionista – Guida abilitata della Regione Campania
Il tour avrà luogo solo se si raggiungerà un numero minimo di partecipanti.

Per contatti e prenotazioni*:
3494570346 – info@archeologianapoli.com
Prenota online su:www.archeologianapoli.com

 

*La prenotazione va effettuata esclusivamente attraverso i canali sopra elencati entro e non oltre le ore 19.00  del giorno  che precede l’evento. Bisognerà indicare il cognome, il numero di persone per cui si intende prenotare e un numero cellulare di riferimento.

 

 

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Canova, l’antico e l’invenzione del bello

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Sabato 28 aprile, ore 11.30

Canova, l’antico e l’invenzione del bello

Appuntamento allo scalone esterno del Museo, ore 11.00
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA- Contributo di partecipazione 10 € (NON comprende il biglietto d’ingresso al Museo – (massimo 20 persone)

La visita guidata sarà dedicata all’eccezionale mostra su Antonio Canova e il suo rapporto con l’antico che si tiene nelle sale del Museo Archeologico di Napoli.

La mostra presenta marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo. Son esposti: l’Amorino Alato, l’Ebe, la Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie, l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona che arriva dal Getty Museum di Los Angeles.

Poi ancora grandi gessi come il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno, ma anche 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista.

Il percorso di visita si svolgerà non solo nelle sale dedicate alla mostra, ma toccherà anche la collezione di statuaria del museo archeologico che ci permetterà di raffrontare le opere dell’artista con i modelli antichi con cui egli stesso si confrontò.

“per noi l’unica via per diventare grandi e, se possibile, inimitabili, è l’imitazione degli antichi”
– Johann Joachim Winckelmann

Così si espresse Johann Joachim Winckelmann in reazione ad un’Europa dominata dallo stile Rococò.

Tale concetto venne portato a compimento grazie al genio di Antonio Canova che in tutto il suo percorso d’artista ha intessuto un ininterrotto dialogo tra l’antico e il moderno, con lo sguardo teso al passato per raccontare il suo presente. 

Antonio Canova (Possagno, 1 novembre 1757 – Venezia, 13 ottobre 1822) è considerato il massimo esponente della scultura neoclassica e per questo soprannominato il “novello Fidia”

La visita sarà tenuta da un professionista dei Beni Culturali – Guida abilitata della Regione Campania

Il tour avrà luogo solo se si raggiungerà un numero minimo di partecipanti.

Per contatti e prenotazioni*:
3494570346– eventi@archeologianapoli.com
Prenota online su: www.archeologianapoli.com

Canova è l’artista che osò sfidare l’antico creando il “Perseo Trionfante” (esposto in mostra) su modello dell’Apollo del Belvedere, la statua ritenuta dal Winklelmann la massima espressione dell’ideale del bello nell’arte antica.

 “Fra tutte le opere dell’antichità scampate alla rovina la statua di Apollo esprime il sommo ideale artistico. L’autore ha creato quest’opera seguendo fedelmente l’ideale, utilizzando la materia solo per quanto gli era indispensabile a rendere concreta e visibile la sua ispirazione. Questa statua di Apollo sopravanza ogni altra raffigurazione della divinità così come l’Apollo di Omero s’innalza sopra quello cantato dai poeti che gli sono succeduti”. 

– “Storia dell’arte nell’antichità” – Johann Joachim Winckelmann

L’Artista vive a cavallo tra due epoche è attento e sensibile nel leggere il presente e carico di entusiasmo nello studio dell’antico, a cui si dedicò in particolare a Roma. Vittorio Sgarbi lo definisce “gravido di futuro e carico di passato”, ciò, secondo il critico, non può che dare vita a “qualcosa di straordinario”.

Napoli dall’alto….al basso: la Pedamentina

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Sabato 27 aprile, ore 16.00

Napoli dall’alto….al basso: la Pedamentina

Appuntamento sul piazzale davanti al Museo di San Martino, ore 16.00

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA- Contributo di partecipazione 10 €

Tra le scalinate più suggestive di Napoli la Pedamentina merita certamente una visita per scoprire uno dei luoghi meno conosciuti della città: con i suoi 414 scalini, collega la splendida Certosa di San Martino (dalle quale è possibile anche ammirare un panorama mozzafiato, come pochi al mondo) al centro storico attraverso un percorso davvero pittoresco.
Tra orti, spazi verdi e scorci sul golfo, la scalinata fu costruita a partire dal XIV secolo, nata come arteria per favorire il trasporto dei materiali necessari alla costruzione della Certosa di San Martino, la strada venne utilizzata anticamente come avamposto di difesa di Castel Sant’Elmo, fino a essere ricoperta di scale e ad assumere l’aspetto di oggi.

La visita sarà tenuta da uno storico dell’arte professionista– Guida abilitata della Regione Campania

Il tour avrà luogo solo se si raggiungerà un numero minimo di partecipanti.

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*La prenotazione va effettuata esclusivamente attraverso i canali sopra elencati entro e non oltre le ore 19.00 del giorno che precede l’evento. Bisognerà indicare il cognome, il numero di persone per cui si intende prenotare e un numero cellulare di riferimento.

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