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Abitare sul golfo di Napoli tra mare e vulcani

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I Campi Flegrei. La terra del mito

Introduzione

La Campania è una delle aree di vulcanismo attivo più importanti al mondo e vi risiedono, infatti, alcuni fra i vulcani più famosi, quali il Somma/Vesuvio, i Campi Flegrei e l’isola d’Ischia. Le sue ricchezze naturali – originate proprio dalla sua natura vulcanica – hanno attirato, sin dalla preistoria, l’uomo in questa regione, definita da Plinio Campania Felix.

Veduta satellitare del Golfo di Napoli

Forse proprio in ragione di queste risorse un gruppo di Micenei, intorno alla metà del II millennio a.C., si stanziò a Vivara, presso l’isola di Procida, e verso la fine del VIII secolo a.C., i primi coloni Greci, provenienti dall’Eubea, decisero di stabilirsi fra l’isola di Ischia e Cuma.

Un vulcano, infatti, può diventare improvvisamente causa di morte e di distruzione, ma, allo stesso tempo, costituisce per molte generazioni una fonte di inesauribili ricchezze: terreni ricchi di minerali e pertanto insolitamente fertili, varietà di materiali da costruzione (lave, tufi, pozzolane, etc.), corsi fluviali, acque termali e minerali, e – non per ultimo – la bellezza dei paesaggi, che solo nelle aree vulcaniche appaiono tanto articolati e variopinti. In età augustea, il geografo Strabone descrive il paesaggio vulcanico della baia di Napoli: “... Sovrasta questi luoghi il monte Vesuvio, ricoperto di bellissimi campi, tranne che in cima … tutto il golfo è trapunto da città, edifici, piantagioni, cosi uniti fra loro, da assumere l’aspetto di un’unica metropoli.” (Strabone, Geografia, V 4, 8)

Villamena, Eruzione del Monte Nuovo

Tutti questi motivi hanno spinto gli uomini a sfidare i rischi di una pericolosa convivenza con i vulcani, che proprio negli ultimi duemila anni hanno dato luogo a tremende esplosioni. Basti pensare, fra tutte, a quella che, nel 79 d.C., cancellò Pompei, Ercolano e Stabia; tuttavia, già nel 470 a.C., i soldati greco-siracusani di stanza a Ischia dovettero abbandonare l’isola spaventati da un’esplosione vulcanica e, in tempi recentissimi, l’eruzione del Monte Nuovo che, formatosi nello spazio di alcuni giorni, distrusse l’antico villaggio di Tripergole, famoso per le sue terme e per essere stato sede dell’Accademia di Cicerone.

In Campania i pericoli non erano solo le eruzioni, ma anche altri fenomeni vulcanici, cosiddetti secondari, come terremoti e bradisismi, frequenti nei Campi Flegrei.

 I Campi Flegrei. Le terra del mito

Lo stesso nome greco Flegraion pedìon (piana ardente), riferito da Strabone nella Geografia, lascia intendere come gli antichi abbiano conosciuto queste “conflagrazioni”.

Egli scrive: “Tutta la regione fino a Baia e a Cuma è piena di zolfo, di fuoco e di sorgenti calde. Alcuni ritengono che anche per questo Cuma è stata chiamata Flegra e che causano queste eruzioni di fuoco e di acqua le ferite, prodotte dai fulmini, dei Giganti qui caduti”.

Cratere a calice da Ruvo con gigantomachia. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

I Campi Flegrei vengono anche messi in relazione con Flegra (Diod. IV 22), la penisola di Pallene (odierna Cassandra), la più occidentale delle tre penisole della Calcidica nel Mare Egeo, dove antiche tradizioni collocavano la mitica battaglia tra i Giganti e gli dèi. I primi coloni greci della Campania localizzarono la sede della battaglia nella regione vulcanica a ovest di Napoli a cui diedero perciò il nome di Campi Flegrei.

Si tratta di una grande caldera, formatasi a seguito di due grandi eruzioni avvenute 39000 e 15000 anni fa, che mostra oltre venti crateri, originati da eruzioni di tipo esplosivo, come si evince dalla forma degli edifici vulcanici, caratterizzata da ampi crateri con recinti relativamente bassi, costituiti prevalentemente da materiali piroclasitici, ossia non lavici.

Fumarole della Solfatara

Alcuni tra i vulcani più giovani, come gli Astroni e la Solfatara, si sono formati meno di 4000 anni fa; ciò significa che i primi abitanti assistettero alla loro genesi e, come noi, dovettero respirare le esalazioni sulfuree, domandandosi donde provenisse tutto quel materiale pestifero e letale che passava attraverso le fenditure della terra.

Per questo motivo Strabone riferisce per i Campi Flegrei solo miti ctoni (V 4,5, 244-5 C); attraverso un racconto che unisce fonti più antiche come Eforo di Cuma Eolica e tradizioni locali, mette in relazione le acque calde e le esalazioni con i fiumi e luoghi infernali andando a creare una vera e propria geografia mitica flegrea.

Il geografo racconta le più antiche tradizioni relative al Lago d’Averno e spiega che presso Cuma c’è Miseno e tra di essi la palude Acherusia (il Lago Fusaro), la parte sotterranea del fiume Acheronte, il principale dei quattro fiumi dell’Ade. Il fiume era considerato l’ingresso agli inferi, che le anime potevano oltrepassare solo se i loro corpi fossero stati sepolti.

Veduta del Lago d’Averno

Egli prosegue descrivendo i luoghi vicino a Baia: il Lago di Lucrino e subito dopo questo l’Averno. Il Lago di Averno, profondo, di facile accesso, ma chiuso tutto attorno da montagne scoscese e da una fitta foresta, tranne dalla parte dove è l’ingresso. Gli abitanti del luogo dicevano che gli uccelli non potessero volare, ma cadessero nell’acqua per le esalazioni che si levavano da lì, come dai luoghi detti Plutonia. Tale leggenda, legata all’aspetto del lago in epoca preromana spiega anche il nome che significherebbe privo di uccelli (dal greco Aornos, A privativa, e ornos uccello). Così lo descrive Lucrezio (VI, 741 e ss.: “Quando gli uccelli giungono in volo in tal luogo, dimentichi di battere le ali, allentano le vele e, protendendo il debole collo, cadono a precipizio in terra o nell’acqua. Presso Cuma vi è un luogo siffatto, dove, pieni di zolfo ardente, fumano i monti ricchi di fonti termali”.

Come sappiamo, a partire dalla creazione del Portus Iulius, voluto da Ottaviano per fronteggiare la flotta di Sesto Pompeo, il lago fu completamente disboscato per fornire legna alle navi ivi riparate.

Pietro da Eboli, de Balneis Puteolanis, “Gesù spalanca le porte degli inferi”

Tuttavia, la leggenda legata al Lago d’Averno, dove si aprivano le porte degli Inferi e si collocavano i luoghi della nèkyia omerica e dell’oracolo dei morti presso cui sarebbe arrivato Odisseo, continuarono ad essere vivi.

La nèkyia  [traslitt. di νέκυια, der. di νέκυς, forma arcaica di νεκρός «morto»] è un rito con cui si evocavano i morti a scopo divinatorio. Nel libro XI dell’Odissea, Odisseo evoca l’indovino Tiresia prima di discendere nel regno dei morti. Lo stesso fece Enea nel libro VI dell’Eneide che scese nell’Averno scortato della Sibilla Cumana per consultare il padre Anchise.

Strabone infatti riferisce che nel misterioso e cupo lago entravano navigando coloro che volevano fare sacrifici e suppliche agli dei Inferi e c’erano sacerdoti che davano istruzioni in merito.  Secondo Diodoro Siculo (IV 22) l’Averno sarebbe stato sacro a Persefone, divinità ctonia che regna nell’oltretomba, accanto al consorte Ade.

Lycophrone quando narra della discesa di Odisseo agli Inferi (Alexandra, 681-711) descrive l’Averno come “circoscritto da una fune”, ricorda un bosco e la fanciulla di sotterra, Brimò; e più oltre ancora specifica che a lei, chiamata però in questo verso (710) Daeira, Odisseo dedicò uno scudo. Sia Brimò che Daeira sono epiclesi possibili di Persefone e la identificano come divinità legata all’Averno.

Strabone, proseguendo la descrizione della geografia infernale flegrea, racconta di una fontana in riva del mare, dalla quale nessuno osava bere in quanto si riteneva sgorgasse acqua dello Stige e, sempre sul mare, menziona un manteion, un luogo dove si esplicava l’attività oracolare, e delle fonti di acque calde connesse con il Periflegetonte, altro fiume infernale.

Il geografo si sofferma poi sui Cimmeri che abitavano in case sotterranee, chiamate argillai, e vivevano cavando metalli dal sottosuolo e grazie ai proventi ricavati da coloro che venivano a consultare l’oracolo. Non vedevano mai la luce né il sole, ma uscivano dalle profondità della terra solo di notte. In seguito, essi furono distrutti da un re a cui non si era avverato l’oracolo.

Ercole, Otro e Gerione. Kylix attica a figure rosse (510-500 a.C.), firmata da Euphronios . Monaco Staatliche Antikensammlungen.


Anche la saga di Ercole ed in particolare alla sua decima fatica, il ratto della mandria di Gerione, fa parte dello scenario mitico flegreo. L’eroe era di ritorno dalla Spagna, dopo aver sfidato Gerione, uomo mostruoso con tre teste, sei braccia e sei gambe e  Orto, il cane a due teste posto a guardia dei buoi. Battuti entrambi i mostri a suon di clava, dispose gli armenti dal singolare colore viola nella coppa del sole e, attraverso la via costiera da lui stesso costruita (via Erculea), giunse a Bacoli, dove eresse un ricovero per i buoi.  Boàuliale stalle di Eracle, sarebbero dunque all’origine del toponimo Bauli, l’antico nome di Bacoli.

Ancora Strabone, nella sua descrizione di Pozzuoli riferisce che “ tutto il luogo fino a Baia e Cuma è pieno di esalazioni di zolfo, di fuoco e di acque calde”; di seguito egli menziona il bacino vulcanico della Solfatara definendolo “Agorà di Efesto” e lo descrive come “una pianura circondata tutt’intorno da alture infiammate, che hanno molti sbocchi di espirazione a mo’ di camini che mandano un odore piuttosto fetido; la pianura è piena di esalazioni di zolfo.” (Geografia, V 6).

La solfatara di Pozzuoli

I Greci e poi i Romani vivevano in un ambiente geologicamente tumultuoso, convivendo con vulcani, terremoti, terre improvvisamente emerse e imprevedibili catastrofi. Il fascino singolare di questa terra ci ha lasciato pagine ricche di suggestioni.

La violenza della natura ispirò immagini fantastiche e nel suolo scosso da fenomeni vulcanici vennero collocate creature misteriose come la Sibilla, i Cimmeri e i Giganti imprigionati nelle viscere della terra dove li avevano cacciati gli dei dell’Olimpo, caratterizzando questa terra dalla ricchezza straordinaria, come l’accesso ad un mondo sotterraneo e infernale che trasborda riversando le sue acque e i suoi prodotti in superficie e generando le risorse che hanno tanto attratto l’uomo in questi luoghi da farlo convivere con i vulcani.

Ivan Varriale

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23 Marzo 59, l’assassinio di Agrippina

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23 Marzo 59, l’assassinio di Agrippina. Cronaca di un delitto

Nerone (Nero Claudius Caesar Drusus Germanicus), assiduo frequentatore del golfo di Napoli, fece dei meravigliosi paesaggi di Baia, Miseno e Bacoli, lo scenario dei suoi più spietati delitti. A Baia, nel 59 d.C., l’imperatore progettò e compì l’atto più efferato e ignobile della sua vita: il matricidio.

Antefatto

Agrippina Minore
Agrippina Minore (forse rilavorata come Messalina) da Ercolano. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il suo rapporto con la madre Agrippina, bramosa di potere tanto da aspirare al governo di Roma, divenne difficile e contrastato, dominato dalla paura e dall’angoscia che caratterizzavano la lotta per il potere.

Nel libro XIII degli Annali, Tacito, riporta un episodio in cui Nerone, sentite delle false accuse contro Agrippina, rea di aver tramato contro di lui al fine di acquisire il potere, avrebbe deciso di ucciderla. La voce, secondo cui Agrippina tentava di sposare Rubelio Plauto per sostituirlo, arrivò al principe quando “…ormai era notte inoltrata e Nerone trascinava le ore immerso nell’ubriachezza…” da uno schiavo di nome Paride, “…che soleva in quei momenti eccitare la lussuria del principe…”. Lo schiavo, con atteggiamento triste e mesto, gli rivelò tutto ciò che si tramava alle sue spalle e ciò “…accese a tal punto lo spavento del principe che l’ascoltava, che questi ordinò l’assassinio di Plauto e di Agrippina, nonché l’esonero di Burro dalla carica di prefetto…”. Burro riuscì a convincere Nerone ad ascoltare la difesa di Agrippina, che ottenne salva la vita con un acceso discorso sull’amore filiale e su tutto quello che lei aveva fatto per il figlio. Ciò risparmiò la matrona e la carriera di Burro, ma non calmò le paure e i sospetti di Nerone, terrorizzato dalla prospettiva di perdere l’impero (Annali, XIII 20-21).

Tacito non torna più sull’argomento del rapporto tra Nerone e la madre fino all’esordio del XIV libro, dove afferma che l’imperatore “non rimandò oltre il delitto a lungo meditato, ora che la sua audacia si era accresciuta per il dominio, e che, di giorno in giorno, si faceva in lui più ardente la passione per Poppea (Annali, XVI 1). Di seguito è descritta con intensa drammaticità l’escalation degli eventi che portarono al matricidio che, come ogni atto compiuto da Nerone, assunse i connotati della spettacolarità.

La trappola

I tentativi incestuosi di Agrippina convinsero Seneca ad aizzare Nerone contro la madre con la complicità della liberta Atte. Il principe cominciò a evitare di incontrarla, ma “considerando che la presenza di lei, in qualunque luogo ella fosse, era per lui pericolosa, decise di ucciderla, mostrandosi dubbioso solo sul fatto se dovesse adoperare il veleno o il ferro o qualche altro mezzo violento” (Annali, XVI 3). Il veleno, visto il precedente assassinio di Britannico, sarebbe stato difficile da camuffare con un malessere naturale. Da ciò l’idea geniale di Aniceto, liberto a capo della flotta misenate, di costruire una nave “trappola”, che, appesantita nel centro con piombo si sarebbe spezzata appena preso il mare. Un naufragio, incidente frequente quasi come oggi quelli automobilistici, non avrebbe indotto al sospetto di un assassinio. L’idea, accolta con entusiasmo da Nerone, fu favorita dalla sua permanenza a Baia in occasione della celebrazione delle quinquatrie, una festa in onore di Minerva.

Pannello del Sebasteion di Afrodisia.
Agrippina incorona d’alloro il giovane Nerone.
Museo di Afrodisia (Turchia).

Nerone sparse la voce di una conciliazione, proferì discorsi in cui si incitava alla tolleranza verso le madri e in seguito invitò a Bauli Agrippina che giunse da Anzio imbarcata su una trireme. La nave “trappola”, festosamente ornata in segno d’onore, era ormeggiata a Baia, dove una volta tenuto il banchetto, calata la notte, Nerone si congedò dalla madre sulla spiaggia, abbracciandola.

Il delitto

Tacito, con un sapiente artificio letterario, crea il contrasto tra la calma della notte e ciò che si avvia ad accadere: “Quasi volessero rendere più evidente il delitto, gli dei prepararono una notte tranquilla, piena di stelle e un placido mare” (Annali, XVI 3). Il vivido scenario che ci fornisce lo storico, che probabilmente non ha mai visto i Campi Flegrei, non si allontana dall’antico paesaggio baiano con le tranquille acque chiuse tra le sponde del Lacus Baianum, punteggiate di luci appartenenti alle moltissime ville che occupavano la costa e alle barche degli amanti che, come riferisce Seneca (Lettere a Lucilio, 51), affollavano lo specchio d’acqua.

La piccola imbarcazione era da poco salpata e Agrippina, ritiratasi nelle sue stanze con Crepereio Gallo e Acerronia, celebrava con gioia il pentimento del figlio, quando, dato il segnale, il tetto della cabina rovinò su Crepereio, mentre la matrona e l’ancella, protette dalle alte sponde del letto, si salvarono finendo in mare.

Acerronia in cerca di scampo gridò di essere Agrippina e venne uccisa a colpi di remi. Agrippina, compreso l’inganno, raggiunse la spiaggia, prima a nuoto e poi su un peschereccio. La matrona, portata nella sua villa di Lucrino, mentre si faceva medicare, inviò il servo Agermo a pregare Nerone di non passarla a visitare anche se impensierito dal pericolo corso dalla madre.

L’imperatore, saputo che la madre era scampata all’attentato, fu preso dal panico e si rivolse al solito Seneca, che chiese a Burro se fosse possibile far eliminare Agrippina dai pretoriani. Il prefetto affermò che ciò era impossibile e dunque ancora Aniceto si fece carico di compiere il delitto.

Quando giunse il messaggero di Agrippina, Nerone recitò un’incredibile farsa: “nell’atto in cui Agermo gli comunicava il suo messaggio, gettò tra i piedi di lui una spada, e, come se lo avesse colto in flagrante, comandò subito di gettarlo in carcere, per poter far credere che la madre avesse tramato l’assassinio del figlio e che, poi, si fosse data la morte per sottrarsi alla vergogna dell’attentato scoperto.

Antonio Rizzi, Nerone e Agrippina.
Provincia di Cremona.

Nel frattempo Aniceto, circondata con le guardie la villa di Agrippina, fece irruzione con due uomini. Agrippina era in stato di crescente allarme perché nessuno arrivava da parte del figlio e neppure Agermo: “Quando anche l’ancella si mosse per andarsene, Agrippina nell’atto di volgersi a lei per dirle: «anche tu m’abbandoni?» scorse Aniceto, in compagnia del triarca Erculeio e del centurione di marina Obarito. Rivoltasi, allora, a lui, gli dichiarò che, se era venuto per vederla, annunziasse pure a Nerone che si era riavuta; se, poi, fosse lì per compiere un delitto, essa non poteva avere alcun sospetto sul figlio: non era possibile che egli aves­se comandato il matricidio. I sicari circondarono il letto e primo il triarca la colpì con un bastone sul capo. Al centurione che brandiva il pugnale per finirla, protendendo il grembo gridò: «colpisci al ventre» e cadde trafitta da molte ferite.

Il racconto di Tacito (Annali, XIV 3-8), riportato integralmente in nota*, è di un’intensità incredibile e, come sostiene Marcello Gigante, è “difficilmente cancellabile dall’animo del lettore”. L’episodio è narrato anche da Svetonio (Nerone, 39), Cassio Dione (Storia romana, LXI 11) e Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, XX 153), poiché considerato da tutti il punto di svolta del principato di Nerone; nessuno, tuttavia, ha il tocco drammatico di Tacito che quasi riesce a far provare pena per Agrippina, poche pagine dopo averla accusata di iniziative incestuose nei confronti del figlio.

Agrippina venne cremata e sepolta nella stessa notte e il suo sepolcro fu elevato “presso la via di Miseno e la villa di Cesare dittatore, che guarda dall’alto le insenature sottostanti”.

La tradizione erudita, influenzata dalla narrazione tacitiana, identificò il “Sepolcro di Agrippina” in una struttura posta tra Baia e Miseno pertinente, invece, all’odeion di una grandiosa villa marittima trasformato successivamente in ninfeo.

Le conseguenze

Nerone dopo il matricidio, terrorizzato e perseguitato dal fantasma della madre, si rifugiò a Napoli, probabilmente cercando una pausa dal dolore nella villa di Pausilypon. Da qui cercò di far spargere la voce che la madre si era uccisa in seguito al fallimento di un attentato nei suoi confronti. Naturalmente si festeggiò con sacrifici il pericolo scampato dall’imperatore e alle quinquatrie vennero aggiunti dei giochi per celebrare l’avvenimento, mentre il compleanno di Agrippina divenne dies nefastus.

Bacoli cosiddetto Sepolcro di Agrippina.

A questo evento seguirono la morte di Burro, forse per avvelenamento, e l’avvento di Tigellino. Morto Burro, Seneca perse ogni ascendente sul princeps e, sentite le innumerevoli calunnie che giravano intorno a lui, decise di allontanarsi dalla vita politica. Siamo nel 62 d.C., quando incominciano le stragi per mano di Tigellino, l’incendio di Roma e la successiva costruzione della Domus Aurea, mai completata, la condanna a morte della moglie Ottavia, avvenuta anche questa con la complicità di Aniceto e lo scellerato omicidio di Poppea, uccisa nel 65 d.C. con un calcio nel ventre mentre era incinta. Nello stesso anno, prima della partenza per la Grecia e del suo ritorno trionfale a Napoli, seguito dalla rivolta che decretò la fine del principato di Nerone, nella villa di Pisone a Baia, dove il princeps “faceva bagni, conviti, libero da scorte”, i congiurati, guidati da Pisone, tramarono un attentato mai compiuto (Tacito, Annali, XV 52) che, come s’è detto, costò la vita a molti e condusse al suicidio di Seneca. Il filosofo che tentò di plasmare il giovane principe, con il fine di realizzare un governo ideale, avallandone i comportamenti più perversi, finì per essere vittima del mostro che egli stesso ha creato e appoggiato nel compimento del più tremendo dei misfatti, il matricidio.

Luca Giordano, Morte di Seneca.
Parigi, Museo del Louvre.

Qualche anno dopo la congiura dei Pisoni, ebbe luogo l’ultimo episodio testimoniato da Tacito in Campania, fu il suicidio di Petronio, vittima della gelosia di Tigellino, che lo accusò di aver congiurato contro Nerone assieme ai seguaci di Pisone. Petronio “non fu precipitoso nel togliersi la vita, ma si fece tagliare le vene e, dopo averle fasciate, se le fece di nuovo aprire, come gli garbava; e conversava con gli amici non di argomenti seri o tali da meritargli una fama di intrepidezza. E stava a sentirli se non gli parlavano dell’immortalità dell’anima o di princìpi filosofici, ma se gli citavano poesie piacevoli e versi scherzosi”. (Tacito, Annali, XVI 19)

Tutte le azioni compiute da Nerone nei suoi viaggi in Campania rispecchiano l’andamento del suo governo che dapprima fu illusoriamente positivo e poi si trasformò in una monarchia assoluta.

L’episodio chiave, il punto di svolta dell’impero di Nerone è, senza alcun dubbio, l’assassinio di Agrippina, circostanza in cui l’imperatore superò ogni peggiore aspettativa del suo precettore Seneca, reo di averlo aizzato contro la madre e che mai avrebbe potuto immaginare che il suo allievo arrivasse a tanto.

Questo terribile atto, che pesò sul destino dell’impero, segnò per sempre la vita del giovane Nerone che, appena ventiduenne, passò il resto della vita perseguitato dal rimorso, tanto che Svetonio, prima di narrare della sua rocambolesca e misteriosa morte, accenna alle sofferenze notturne del principe-tiranno: “Era anche terrorizzato dai chiari messaggi dei sogni, degli auspici e dei presagi, sia vecchi che recenti. In precedenza Nerone non era solito fare dei sogni, ma dopo aver fatto assassinare sua madre gli sembrò nel sonno di pilotare una nave e che il timone gli fosse strappato di mano, mentre lui veniva trascinato da sua moglie Ottavia nel buio più fitto. E ora si trovava ricoperto da un nugolo di formiche alate, ora veniva circondato dalle statue delle nazioni, erette presso il teatro di Pompeo che gli impedivano di proseguire. Il suo cavallo d’Asturia che gli era carissimo, si era trasformato nella parte posteriore del corpo in una sorta di scimmia, mentre era rimasta intatta soltanto la testa ed emetteva sonori nitriti. Le porte del Mausoleo di Augusto si erano spalancate da sole e si era udita una voce che lo chiamava per nome.” (Svetonio, Nerone, 46)

Ivan Varriale

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*

“Quasi volessero rendere più evidente il delitto, gli dei prepararono una notte tranquilla piena di stelle ed un placido mare. La nave non aveva ancora percorso lungo tratto; accompagnavano Agrippina appena due dei suoi familiari, Crepereio Gallo che stava presso il timo­ne e Acerronia, che ai piedi del letto ove Agrippina era distesa andava rievocando lietamente con lei il penti­mento di Nerone, e il riacquistato favore della madre; quando all’improvviso, ad un dato segnale, rovinò il sof­fitto gravato da una massa di piombo e schiacciò Crepereio che subito morì. Agrippina e Acerronia furono in­vece salvate dalle alte spalliere del letto, per caso tanto resistenti da non cedere al peso. Nel generale scompiglio non s’effettuò neppure l’apertura della nave, anche per­ché i più, all’oscuro di tutto, erano di ostacolo alle ma­novre di coloro che invece erano al corrente della cosa. Ai rematori parve allora opportuno di inclinare la nave su di un fianco, in modo da affondarla; ma non essendo possibile ad essi, in un così improvviso mutamento di cose, un movimento simultaneo ed anche perché gli al­tri che non sapevano facevano sforzi in senso contrario, ne venne che le due donne caddero in mare più lenta­mente. Acerronia, pertanto, con atto imprudente, essen­dosi messa a gridare che lei era Agrippina e che venis­sero perciò a salvare la madre dell’imperatore, fu invece presa di mira con colpi di pali e di remi e con ogni ge­nere di proiettili navali. Agrippina, in silenzio, e perciò non riconosciuta (aveva avuto una sola ferita alla spal­la), da prima a nuoto, poi con una barca da pesca in cui s’era incontrata, trasportata al lago di Lucrino, rientrò nella sua villa.”

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